27 dicembre 2010

Magic moments

 Montare insieme la biblioteca nuova e metterci dentro i nostri libri

Guardare un qualsiasi cartone animato di Miyazaki accoccolati su una poltrona e avvolti da una coperta morbida

Ospitare amici in un giorno di neve: improvvisarsi senza macchina, senza telefono, senza tempo. Improvvisare una cena e un divano letto.

Avere tempo e pazienza anche per la burocrazia

Una tisana, un thè, un bicchiere d'acqua a casa, con lentezza, in un pomeriggio senza lavoro

Ricevere per posta un attestato importante il giorno della Vigilia

Cucinare per la prima volta in vita mia un pranzo di Natale tradizionale (che in Toscana significa crostini neri, tortellini in brodo di cappone e bollito misto con salse e contorni)

Leggere (in questo momento Lezioni Americane di Calvino)

Dimenticarsi chi siamo. Ricordarsi chi siamo.

Le luci dell'albero di Natale, che come al solito rimarrà intatto fino al compleanno di K. A marzo.

23 dicembre 2010

Malasanità

Purtroppo ne devo parlare e so che non sono giorni adatti, ma tant'è. Mi dà fastidio affrontare argomenti inflazionati e tra l'altro questo post ha già quasi espresso tutti i nodi importanti del problema. Ho detto quasi. Dentro il quasi ci stanno alcuni eventi degli ultimi quindici giorni di cui rendo partecipi i due lettori di questo blog.

1. una collega di guardia su tre piani ospedalieri in un giorno festivo viene chiamata perchè una paziente ha perso conoscenza. Ha appena tempo di recarsi al piano e iniziare la rianimazione che arrivano .. i carabinieri, chiamati dai parenti che si trovavano per caso ancora in ospedale all'ora delle visite. Cioè questo non accade DOPO, quando i parenti, superato lo shock per la perdita improvvisa e inaspettata di un loro familiare, attivano una procedura legale perchè ritengono che sia stato commesso qualche errore nella gestione della paziente. No. Questo accade mentre la mia collega la sta rianimando, mentre sta svolgendo il proprio lavoro. La paziente purtroppo muore dopo più di un'ora di rianimazione. E' un evento inaspettato, per cui è lo stesso primario insieme alla collega - e non la famiglia- a richiedere l'autopsia. La quale autopsia dimostra che la paziente è deceduta per cause non prevedibili e non dipendenti dalla gestione clinica.

2. un collega visita una paziente obesa, ipertesa, diabetica, quindi ad elevato rischio di eventi cardiovascolari maggiori (infarto, ictus). La signora lamenta affanno per sforzi precedentemente ben tollerati. Il collega le fa l'elettrocardiogramma e l'ecografia del cuore che risultano normali a riposo e poi le propone un test da sforzo, la scintigrafia miocardica, per evidenziare sotto sforzo ciò che a riposo non è evidente, cioè segni di soffrenza coronarica. La signora si reca all'ospedale e le prenotano non la scintigrafia, ma un altro tipo di test da sforzo, altrettanto valido. Il test da sforzo per sua stessa definizione serve a sottoporre la paziente ad un carico di lavoro tale da mettere in evidenza una eventuale ischemia cardiaca così da porre la diagnosi e attuare poi la terapia appropiata. E' un esame non privo di rischi tanto che 2 pazienti su 10000 possono sviluppare complicanze fatali a seguito del test, tuttavia lo si prescrive quando, come in questo caso, il rischio di farlo risulta inferiore al rischio di tenersi la patologia senza saperlo ed essere esposti alle conseguenze (anche in questo caso potenzialmente fatali). La paziente dà il consenso all'esame, ma sfortunatamente lo sforzo le stimola un'aritmia (segno che effettivamente c'era sotto una malattia coronarica) e infine un arresto cardiaco.
I parenti, in sala d'attesa, saputo l'accaduto aggrediscono fisicamente la dottoressa che ha fatto l'esame, tanto che lei chiama i carabinieri e a questo punto scatta in automatico l'indagine. Il mio collega è nel registro degli indagati insieme ai medici che hanno effettuato l'esame. Il suo operato è stato limpido e corretto, tanto che sono sicura tutto verrà risolto senza alcun danno per lui. Senza alcun danno ? Intanto, per le sole formalità, ha già dovuto spendere migliaia di euro in ..spese di giurisprudenza, diciamo, e lui stesso sa che, con gli attuali tempi processuali, la cosa non verrà archiviata prima  alcuni mesi, forse un anno e più. E intanto uno che si vede arrivare a casa una convocazione dei carabinieri per aver svolto con coscienza il proprio lavoro come si deve sentire a continuare a lavorare ? E cosa deve pensare sapendo che quella stessa paziente si trascinava addosso quegli stessi sintomi da mesi e nessuno dei colleghi prima di lui li aveva presi in considerazione e forse se lo avessero fatto la patologia della paziente sarebbe stata, forse, ancora gestibile ? Perchè ora non sono quei colleghi ad avere l'angoscia anzichè lui ?

Lo so bene quando un medico parla di malasanità si pensa sempre che sia di parte. Ecco, diciamolo subito, io sono profondamente di parte. Dalla parte dei medici che operano con scienza e coscienza, due paroline abusate, ma tanto necessarie. Se vengono effettuati errori medici oggettivi, dimostrati, allora è giusto che vengano valutati e giudicati nelle sedi opportune. Ma i medici scrupolosi, seri, che ancora studiano (perchè è solo così che si può sperare di fare questo mestiere), quelli no porca miseria.  Quelli dovrebbero essere difesi a spada tratta dai pazienti, dai giornali (!), dai colleghi, dai giudici.
In medicina mi è stato insegnato che ogni fenomeno ha più facce, va visto e valutato in modo poli-parametrico. Infatti molte sono le facce della cosiddetta malasanità: i giornalisti strilloni che, senza una minima cognizione medica (perchè per parlare di medicina, se non si è un medico, così come di architettura se non si è architetto, bisogna avere un minimo di cultura scientifica) si permettono di instillare dubbi nelle persone/pazienti su argomenti importanti in nome delle copie in più da vendere.
Alcuni avvocati, ben presenti in vari siti internet, alla radio e persino nelle pubblicità via mail oltre che all'ingresso di vari pronti soccorsi, che promettono risarcimenti milionari a costo zero (della serie se perdiamo la causa non mi pagate la parcella) fomentando nelle persone più avide la voglia di intraprendere cause a prescindere dal trattamento sanitario offerto, della serie "ci proviamo tanto l'ospedale si cala sempre le brache e paga". Perchè questi avvocati fanno tanta pubblicità alla malasanità? La prima risposta che mi verrebbe in mente è business, la seconda.. non c'è una seconda.
Le strutture ospedaliere che effettivamente, prima di far trascinare una causa, preferiscono risarcire anche senza che sia stato commesso alcun errore medico, cosa che a mio parere fa apparire in mala fede l'ospedale agli occhi della gente.
So benissimo che i medici come tutte le categorie e sempre generalizzando non sono tutti perfetti: ne esistono di maleducati, menefreghisti, egoisti, solipsisti, avidi, ignoranti. Ma ne esistono tanti anche di onesti, generosi, responsabili, brillanti, empatici, sapienti.
E allora per esempio perchè il mio collega, che sa di essere coinvolto ingistamente in una causa legale, non può, in caso gli venga riconosciuta la ragione, rivalersi in automatico per danni morali sul mandante della causa stessa, come accade negli Stati Uniti e in Gran Bretagna? Forse questo diminuirebbe il numero delle cause intentate senza presupposti medico-legali coerenti e sfronderebbe un pò il terreno..E forse farebbe capire a chi è vittima di un dolore che prima viene il dolore e poi, a mente fredda, dopo, viene la lucidità che conduce a sentire periti legali, firmare carte, attivare processi e infine compiere un atto importante come una denuncia. Attivare la macchina complessa della giustizia senza validi motivi ( e le statistiche ci dicono che è così nella maggioranza dei casi di denciata malasanità) è un atto grave e non giustificato dal dolore, anzi, che secondo me con il dolore non c'entra nulla.
Oltre tutto i medici sono tanti milioni di milioni. Se ritenete che uno non sia all'altezza, cambiate subito, non fra cinque minuti,  perchè i primi responsabili di noi stessi siamo noi.
E inoltre tutto questo polverone non farà che peggiorare una delle cose più importanti in sanità, cioè il rapporto medico paziente, con tanto danno dei medici, ma sicuramente con ancora più danno dei pazienti. 
Vogliamo davvero questo ?

15 dicembre 2010

Quando qualcosa non ti piace cambia discorso

Continuo a pensare a questa frase e a quello che è successo a Roma un 14 dicembre qualunque, martedì.
E allora cerco di cambiare discorso. Mi passano davanti scene del quotidiano in fotogrammi ad libitum.
Il non buongiorno del benzinaio, del casellante, dell'ortolano, dell'assicuratore, del funzionario pubblico, del parlamentare.
La rabbia e la frustrazione anche poco sopita che sta dietro alla risposta qualunque a una qualunque domanda per esempio "chi doveva occuparsi oggi di questo?" oppure "cerco via Taldetali, mi potrebbe indicare la strada?" o "dove lavori?" o " da quanto tempo aspetti?" o "quante possibilità ci sono che...?".
 L'ignoranza. Grande, grassa, addirittura bestiale, straripante, smargiassa, ostinata, volgare, presuntuosa, onnipresente.
La denigrazione personale, che ormai è diventata l'unico modo di argomentare della maggioranza (non solo di governo) e, immensa tristezza, anche uno dei modi più efficaci per attirare pubblicità e attenzione.
Il tempo che non verrà per tanti e tanti: quello del lavoro stabile, dell'alternativa, della prospettiva ( nb: l'Italia nella classifica che valuta la possibilità di investimento sul proprio futuro si colloca dopo la Zambia).
L'ignoranza. Dei finti evoluti, finti moderni, finti democratici, finti progressisti, finti intellettuali, finti morali.
Il peso oppressivo del vecchio borghese (passatemi il termine) ancora in auge, che mentre tutto crolla, scuola dei suoi figli (o nipoti) compresa, alimenta la sua cellulite mentale ingrassando a forza di favori, raccomandazioni, rimpasti, accordi, in nome del dio denaro, l'unico valore a cui sia mai stato fedele in vita sua e intanto pensa al prossimo suv che si comprerà grazie ai soldi della sua ricca pensione e al posto quanto mai sicuro e inviolato che ha già assicurato alla sua discendenza di ignoranti.
L'antichità, intesa nel senso più deteriore che si possa pensare, come incapacità di un paese, ma che dico paese, di alcuni esseri umani di pensare nei soli termini possibili per il solo possibile futuro: rendere alla scuola e in senso lato alla cultura il ruolo  di strumento principe per fare della propria e altrui vita qualcosa degno di senso, uomo in mezzo agli uomini.
L'ignoranza. Peggio di un cancro, di una malattia degenerativa, peggio di una metastasi, di un virus Killer che entra nel sistema e ne sconvolge le regole imponendo la propria anarchia distruttiva.
Da più canali arriva il solito teatrino: qualcuno parla dicendo cose generiche e chi gli sta davanti, se inquadrato naturalmente, dissente con la testa, applausi da un parte o dall'altra a seconda della battuta d'effetto e noi lì a guardare, più che muti, attoniti, in un qualunque martedì sera, con la faccia sprrfondata nelle occhiaie dalla stanchezza, con qualche pensiero giusto in più del dovuto in testa e molte cose da aggiustare dentro e fuori.

E in tutto ciò,  la cosa che mi rende più triste nel cambiare discorso non è che cambiare discorso in realtà non cambia argomento, perchè ormai questa cosa che non so definire (decadenza? come ci etichetteranno domani quelli che verranno dopo?) ci intride tutti e ancora non abbiamo capito dove ci abbiano nascosto l'uscita.
No. La cosa che stasera mi rende più triste è egoistica e personale da un lato, cosmica e universale dall'altro.
E' che sia pure per una frazione minima di secondo, oggi, sono stata contenta di non avere ancora avuto figli.

3 dicembre 2010

Al supermercato

Oggi pomeriggio, uscendo dal supermercato (luogo per me catartico, soprattutto nei momenti difficili), sono passata davanti al fotogramma di una donna chinata nell'atto di allentare il colletto della tutina imbottita del suo bambino, causa il passaggio dal freddo dell'esterno al caldo dell'interno.
Questa scena qualunque mi è apparsa insolita per la sua lentezza e solennità: la donna non più tanto giovane, coda di capelli scuri, occhi stanchi, viso pallido, ma mi sembrava trepidasse di gioia. Come se stesse compiendo qualche rito sacro, ha semplicemente allentato una cerniera. Dentro la tutina e al centro del suo mondo c'era questo bambino, occhi a mandorla, capelli scuri, sguardo acuto.
Ho pensato che avesse sognato talmente tante volte questo gesto, da comprenderne realmente il significato, da goderselo, da centellinarselo, gesto che sfuggiva ai più, a noi che uscivamo distratti dal supermercato.
 Purtroppo non ce la faccio a non sperare ancora che i sogni, soprattutto quando vengono continuamente disattesi, quando non si concretizzano subito, si realizzino, domani, ancora più profondamente.
Ma forse questo è solo lo specchio della mia testardaggine.

22 novembre 2010

Modi di farsi male

Il bunker-nascondiglio

All'interno si accede da un varco che qualcuno ha ricavato contravvenendo alla disposizione casuale delle pietre di un muro a secco lungo appena un metro e mezzo, unico artificio umano nella vastità arsa della campagna.
Guadagnarsi l'entrata a carponi, arrivare a due terzi del corridoio senza accorgersi dei propri movimenti, rivederli all'indietro come un flash-back, fermarsi un attimo immobile dopo la fuga, le arterie delle gambe così pulsanti che ti sembra fuoriescano dai condotti andando a sbattere sulle pareti.
Arrivo finalmente all'esito, i due metri quadri di quadrilatero finale e indosso come un cappotto di lana grezza l'odore solido d'uovo andato a male che proviene dal lavandino e mi siedo sulla polvere stratificata del letto e respiro. Sono libero.


Eu-tanatos

Prigioniero di nessuno se non di me. Ma non di me inteso come io, persona, interiorità, es, ego e tutto il resto. Prigioniero del corpo involuto, dove le sinapsi non sono ormai che sentieri sbarrati da inevitabili frane muscolari. Le gambe, le braccia, le mani, i piedi. I muscoli facciali. Il diaframma.
Il mio corpo non agisce da solo, ovvio. Il suo complice è di bassa statura, ma di grande ingegno. Possiede circuiti che si sviluppano attraverso pulsanti, indici di regolazione, parametri visivi, tutti convergenti verso la grande mano tubiforme che termina dritta dritta nel centro di un buco che mi hanno praticato al centro del collo. Quel buco è il punto strategico dove il mio corpo e il suo complice si riuniscono nell'unico, miserabile intento di soffiarmi dentro aria. E nell'altro viscido intento di soffiarmi fuori aria. Solo aria, però. Non voce per le corde vocali, non espressioni, gesti, movimenti volontari. Solo aria.
Il corpo e il suo complice pensano che l'aria sia l'antidoto contro la morte. Se lo pensano tutti e due, sarà così. Forse sono anche cieco.


(Riflettevo in quanti modi l'essere umano può farsi del male..)




14 novembre 2010

"Fine del post-moderno"

Questi sono giorni in cui i sassi di Pompei rotolano fino ai nostri piedi e li sentiamo sotto le scarpe mentre fuggiamo in sciami sperando nell'uscita di emergenza, pregando che qualcuno ci tolga di dosso la memoria.
Sappiamo di dover essere i nuovi genitori, ma siamo ancora immersi fino al collo nel senso di colpa del figlio mentre contempla la casa nei suoi tra le macerie di un dopo-festa organizzata di nascosto.
E proprio mentre i tuoi ti suonano il campanello reclamando i loro diritti acquisiti e sei lì più minuscolo che mai che ti prepari coprirti il capo di cenere, arriva la voce fuori dal coro, il fulmine, la lampadina, il to be connected che ti dice più o meno di guardare la linea d'orizzonte oltre le macerie e scoprire che sopra le macerie c'è aria, spazio, un altro dove da poter costruire, senza la solita vocazione del disfattista a prescindere, così novecentesca.
Qualcuno non troppo tempo fa ha detto che un modo per riuscirci a ricostruire potrebbe essere guardare ciò che vediamo prima con gli occhi, senza i pregiudizi del retro-pensiero
Lo stesso ha ben precisato che questo richiede una fatica inimmaginabile.
Qualcun'altro ha aggiunto che, nonostante siamo immersi nella comunicazione globale, solo questo modo di vedere diventa fonte inesauribile di messaggi e che dai messaggi si può anche sperare di arrivare a capire qualcosa di "questo sporco mondaccio". 
E sebbene tutto questo sia terribilmente serio, (o forse proprio per questo) mi sento come una bambina quando scopre un nuovo gioco.
NB: questo non significa che scamperemo la punizione dei genitori. D'altra parte sono di un'altra epoca: ci pensate, dire loro babbo mamma da oggi si cambia prospettiva il genitore sono io, subito a dormire e niente Grande Fratello per 15 giorni.
Non potete sperare che funzioni.

6 novembre 2010

Prossima fermata Italia

E' una 3 giorni alla stazione Leopolda di Firenze, 5-6-7 novembre condotta dal sindaco, il super giovine Renzi e da tale Pippo, consigliere lombardo. In teoria è un'assemblea politica sopra un binario morto.
In pratica si svolge come una diretta radio: c'è un microfono con qualcuno che parla e a lato una consolle con due PC, da cui i nostri condottieri dirigono la giostra. I relatori ? Chiunque abbia fatto richiesta o meglio 100 relatori selezionati su 700 domande. Ognuno di loro ha 5 minuti, non uno di più per parlare.
I temi sono stati dichiarati a priori, il relatore deve selezionarne uno e scegliere anche una parola che costituisca il filo del suo intervento e ci costruisce sopra la sua proposta/opinione.
Se l'intento era quello di rottamare il vecchio ci sono riusciti: niente politichese, niente vecchie facce, pochissime vecchie parole.
Se domani passate da Firenze, meriterebbe farci un salto.

PS. Ho provato anche io a giocare (da casa non alla Leopolda, eh): la mia parola è interazione.